Alcune sue Opere, Mostre, Premi e Giudizi Critici.
| «C'è in tutte le sue opere, un lirismo intimistico altamente comunicativo, che affascina e commuove l'animo per la sua dolcezza e che ha la capacità di toccare la mente e il cuore dell'osservatore. Artista poliedrica, dalla straordinaria sensibilità interiore, possiede una potenza creativa inusitata, che spazia con naturalezza dal figurativo, all'informale, rivelando in ognuno degli stili: "talento, originalità ed una personalità unica". La pittura, come la poesia, parla un linguaggio universale ed è in questa simbiosi di vibrante musicalità, che si esprime Rosy Buscemi. I suoi dipinti "vivono, respirano, parlano"... sono piccoli racconti del vivere quotidiano, densi di sentimenti e di rasserenanti emozioni, di profumi antichi ancora quasi intatti, di un passato recente, che ancora vive nei piccoli centri della sua Sicilia dove i colori cantano un inno alla vita, e luci e ombre giocano esaltati dai cromatismi, in un connubio perfetto, creando suggestive atmosfere...».M.C. Leville.
Numerosi critici si sono interessati al suo operato, tra i quali: Tamburi, Vena, Bommarito, Lupi, La Roche, Simonetti, Valencia, Leville, Rotolet, Syles, Bianchi, Conti, Belgiovine, Paterno ed altri. |
"La madre dell'emigrante"1991, olio su tela, cm. 20 x 30. |
| Mostre personali e collettive: Euro Art Expo, Portovenere (SP); Galleria La Tavolozza, Sanremo; Atelier des Artistes, Parigi; Salon de l'Art Contemporain, Bruxelles; ex Convento S. Chiara, Brindisi; Club degli Artisti, Foggia; Galleria Alba, Ferrara, Salone dell'Endas, Villa Niscemi, Palermo. Galleria Forum Interart, Tempio di Dionisio, Residense quattro Fontane, Roma. Palazzo della Provincia, Savona, Marriott Hotel, Montecarlo. Premi ed onorificenze: Pluriaccademica; Medaglia d'Argento, Cagliari; II Gladiatore d'Oro, Coppa Millennium, L'Auriga d'oro, Medaglione Europeo Roma; Menzione speciale, Helsinki; Trophée Azurenne, Montecarlo; Mercurio d'oro, Portovenere; (SP) Coppa Premio Europeo Tindari, Messina; Targa Aurea, Catania; L'Ercole di Brindisi; Premio Falco d'Oro, Foggia, Premio Arte e Libertà (AV). Critici: G. Argelier, G. Maci, C. Marino, S. Serradifalco, S. Vena, N. Lupi, T. Tamburi, G. Syles, N. Bianchi, M.L. Conti, A.F. Biondolillo, P. Rotelet, A. Simonetti, G. Patorno, M.C. Leville, M.R. Belgiovine, P. Fratantaro, G.C. Valencia, F.L. La Roche.ed altri. Giudizio critico: «I suoi accostamenti tonali sono gradevoli ed esprimono la sintesi di un paesaggio filtrato dalla sua creatività costante ed attenta al particolare... Una sensibilità motivata dalle forti emozioni e sensazioni guidate da una pennellata attenta, vibrata da una tavolozza essenziale e condotto con efficacia dai suoi sentimenti di visione poetica». (Gerard Argelier). |
"Ricordo d'infanzia", ovvero, "La sfornata"60x80 olio su tela 1980 |
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"Meriggio d'autunno sulla collina" |
"Casa di campagna" olio - 40x30 |
Per la poesia: Coppa del presidente della regione, e targa dell'Assemblea Regionale Siciliana, Palermo - Premio di Benemerenza, "l'isola dei sogni Ischia" Napoli - Premi internazionali Gaetano Salvemini e Memorial " Padre Vincenzo Bondi" Messina - Federazione Europea beni Artistici Culturali - Premio speciale della giuria Villafranca Messina - Poesie pubblicate su Antologia 2006 edizione SPES "rassegna poetica dedicata alla mamma" - "Liriche scelte per scuole e Poeti del Web" editore Carello.
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Giuseppe Di Salvo rappresenta la coscienza della Sicilia che lavora, che vive del proprio sudore della fronte, evidenziando che la dignità umana non può essere esposta ad erosione, non può essere svilita da falsi idoli. Nelle sue magnifìche tele i Siciliani hanno la pelle sciupata dal sole e dalle intemperie, segnata dalle fatiche quotidiane ma hanno un animo da Telamoni, da giganti che lottano per affermare l'umanismo. Nel pittore si rileva il desiderio di portare alla ribalta i lavoratori che si curvano per raccogliere i frutti della madre terra ma non si curvano per raccogliere i frutti della violenza. In un baleno la schiena si raddrizza e i contadini mostrano le arance che brillano come lanterne, dipanando il buio di tante situazioni drammatiche, stringono al petto mazzi di spighe, i cui chicchi simboleggiano i figli abbracciati dai padri e dalle madri e depongono nelle ceste grappoli di uva come se fossero grappoli di luce. Si respira l'intenso profumo della campagna siciliana e dappertutto si propaga un buon odore: odore di veri uomini e di vere donne. L'accentuato cromatismo ( l'azzurro rutilante del cielo, il verde dai toni variegati degli alberi e dei campi, il giallo scintillante del grano, la luce unica del sole siciliano) mette in risalto i colori abbaglianti della nostra terra che contrastano con quelli cupi dei temporali, causati da quegli individui che vogliono annebbiare lo splendore della "perla" del Mediterraneo. Le immagini dai contorni netti, con pennellate precise che sottolineano i più piccoli particolari, esprimono un pathos ed una vitalità prorompenti, denotando la capacità di far "vedere" attraverso l'aspetto esteriore quello interiore, ossia la voglia di riscatto degli uomini, il desiderio di fare sapere a tutti che la Sicilia è una fucina di valori genuini e schietti. Commuove la capacità del pittore di trasfigurare gli ulivi poiché, tramite essi, manifesta un particolare aspetto del carattere dei Siciliani: quello di avere radici profonde nelle tradizioni, legami solidi con il passato, impedendo loro di essere fuscelli in balia del vento, oltre al fatto che, dipingendo i Siciliani nell'atto di raccogliere le olive per estrarre l'olio nuovo, ne indica la voglia di insaporire gradevolmente la realtà odierna contro gli istinti che la vogliono condire con sentimenti sgradevoli. Giuseppe Di Salvo opera una catarsi e salva da azioni che mortificano l'essenza umana. Egli ai suoi personaggi fa tenere tra le mani i "ferri del mestiere", allontanando dalla tentazione dei "ferri del non mestiere". La luce dei suoi quadri ne sveglia un'altra: quella della "Resurrezione". Le sue tematiche "siciliane" si vestono di "universalità" ed egli si qualifica pittore al di là di ogni confine.
Scrittrice: Giuseppina Mira |
Autoritratto Raccolta delle arance |
| L'ansia per una ricerca, continua, volta alla realizzazione di nuove forme e contenuti, lungi dal risolverai in una mera ed alquanto sterile ricerca cromatica, si concretizza nel Di Salvo in tutto un mondo che nella sensibilità e nei contenuti reali e concreti ai espande in un rapporto mirabile di osmosi tra l'artista e le sue creazioni.
Se è arte il rispondere e soddisfare affinando gli impulsi creativi che incessantemente son soliti nascere da un animo sensibile, è altresì grande appagamento per il visitatore trovarsi a tu per tu, con l'estro, la sensibilità coloristica ed umana di questo artista degno di essere tale e di essere incluso nel novero di quei grandi personaggi che cantano la nostra terra, che con il cuore operano e con la sensibilità cesellano.
Poeta: Aluise Domenico Galletto |
L'Arte del pittore |
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Quando l’editore mi chiese di scrivere una breve nota biografica per il mio romanzo, io non indicai un paese di nascita, limitandomi a scrivere nato in Sicilia. Perché? Perché sono nato a Partanna, il paese di mio padre, ma nel gennaio del 1968 ci siamo trasferiti a Villafranca, il paese di mia madre, dove abbiamo vissuto fino al 1980. Dopo ci siamo trasferiti a Sciacca, dove già frequentavo il liceo e dove abito tutte le volte che ritorno in Sicilia. Partanna, Villafranca e Sciacca: tre luoghi a cui sono, in modi e forme diverse, molto legato e a cui mi sento di appartenere, con l’affetto e la memoria. Non era dunque possibile scegliere un paese senza far torto agli altri. A complicare le cose, alla fine del 1981 sono andato a studiare a Padova, dove ho abitato fino al 1995, ma dopo un ritorno di qualche mese in Sicilia, ho avuto una supplenza in provincia di Bolzano e da allora vivo a Bolzano, la città di mia moglie e dov’è nata mia figlia. |
Prof. Giovanni Accardo |
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Quando è uscito Un anno di corsa, il principale quotidiano dell’Alto Adige mi ha dedicato questo titolo: "L’esordio del siculo-bolzanino". Evidentemente per il giornalista non sono soltanto un siciliano, ma la mia identità si è arricchita di un’altra appartenenza, quella alla città di Bolzano; e il fatto che ciò sia stato evidenziato sul giornale dimostra che è la città stessa a ritenermi (anche) un bolzanino e si vanta di avere un concittadino scrittore. Del resto, la prima presentazione del romanzo è avvenuta proprio a Bolzano, e la città ha affollato l’aula magna dell’Università Popolare per festeggiarmi. Ma il romanzo, per larga parte è ambientato a Padova, un’altra delle città cui mi sento profondamente legato, dove ho vissuto anni fondamentali per la mia formazione umana e culturale. E a Padova addirittura sono stato invitato tre volte a parlare del mio romanzo, l’ultima all’Università, dove ho incontrato 150 studenti del corso di laurea in Scienze della comunicazione che avevano Un anno di corsa tra le letture obbligatorie per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea. Lo scorso dicembre è stato il sindaco di Partanna, mio paese natale, a volermi festeggiare, invitandomi a presentare il romanzo nell’aula magna del Liceo scientifico, e anche in questo caso una folla di persone è venuta ad incontrarmi. Dopo 24 presentazioni, in tutta Italia e una a Monaco di Baviera, mancava all’appello Villafranca Sicula, il paese in cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, cioè gli anni più importanti nella vita di una persona. L’incontro, organizzato dall’amministrazione comunale, è avvenuto lo scorso 22 agosto, nel cortile della Casina; a quella serata ancora adesso ripenso con la pelle d’oca. Infatti è stata un’emozione impagabile incontrare tanti amici che non vedevo da molti anni, rivedere alcune mie ex compagne della scuola elementare e conoscere i loro figli, divertentissimo stupire chi mi diceva, forse non ti ricordi di me, riconoscendolo immediatamente e magari ricordandogli episodi di molti anni prima. Ringrazio chi mi ha invitato (Mimmo Balsamo, in particolare, nella veste di Assessore alla Cultura, ma per me l’amico con cui ho trascorso gli anni dell’adolescenza, e Totò Di Salvo, oggi sindaco, ma nei miei ricordi un ragazzo come me per le vie del paese e sull’autobus per Sciacca), tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione della serata e quelli che hanno partecipato all’incontro, a tutti loro va il mio affetto e la mia più sincera gratitudine. Tuttavia, durante la serata gran parte della discussione è stata assorbita da una domanda inaspettata e a tratti pretestuosa: se, potendo scegliere, ritornerei a vivere in Sicilia e a Villafranca in particolare. Alla mia risposta, sto bene a Bolzano, una città dove ho potuto realizzarmi professionalmente e umanamente grazie alle mie capacità e senza chiedere aiuti o favori a nessuno, dove oggi sono uno dei protagonisti della vita culturale della città, qualcuno si è irritato, come se io avessi voluto, implicitamente, disprezzare la terra in cui sono cresciuto. Naturalmente non è così, e per scoprirlo v’invito a leggere il romanzo, dove le vicende narrate sono all’80% frutto della fantasia e perciò chi vive le esperienze raccontate non sono io, ma un personaggio in cui tanti si sono riconosciuti e tanti altri si possono riconoscere; così come non esiste nella realtà il compagno d’appartamento del protagonista e le ragazze che incontra lungo la storia. Leggendo vedrete che le parole più feroci il protagonista le dice contro i veneti e i padovani, che lo fanno sentire solo e rifiutato, mentre le pagine ambientate in Sicilia sono intimamente venate di malinconia e affetto. L’azione non si svolge soltanto a Padova e in Sicilia, ma anche a Milano e a Torino, e nello spaesamento e nella solitudine in cui il protagonista vive, il viaggio a Torino diventa proprio l’occasione per fare i conti con la propria storia e con la propria terra d’appartenenza, per condividere un destino, per cercare una spiegazione più che una soluzione. Scrivendo il romanzo ho voluto denunciare quanta sofferenza (fisica, psichica e sociale) può esserci nella vita di un precario: nel non avere uno stipendio certo, un’appartenenza sociale, una possibilità di progettare il proprio futuro, ma anche quanto è difficile lasciare la terra in cui si è nati. La mancanza del lavoro allora si trasforma in dimensione esistenziale, diventando quasi metafora del male di vivere, e la ricerca del lavoro diventa ricerca di senso dell’esistenza. Dovunque vada a cercare lavoro, il protagonista del mio romanzo vede soprattutto ciò che non funziona, le ingiustizie, le prepotenze, i tentativi di sfruttamento, le assurdità, e tutto ciò viene messo sotto una lente d’ingrandimento che dilata e talvolta deforma la realtà. Purtroppo la sera del 22 agosto di tutto ciò s’è parlato poco, o comunque meno di quanto avrei desiderato, e allora invito coloro che hanno letto o leggeranno il romanzo (soprattutto le giovani generazioni) a scrivermi all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. e dirmi, liberamente e criticamente, cosa pensano dei temi che il romanzo affronta. |
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Un anno di corsa
Un giovane siciliano che vive al Nord, condivide un appartamento di 32 metri quadri con un coetaneo leghista, è laureato in lettere e vive spaesato e consumato dal pensiero di trovare un lavoro. E' "Un anno di corsa" di Giovanni Accardo.
di Tullia Fabiani
Uno come tanti: la caratteristica peggiore del protagonista di ‘Un anno di corsa’, opera prima dell’autore Giovanni Accardo è proprio questa. Non tanto per banalità caratteriali o conformismi di sorta del personaggio, che anzi non gli appartengono, quanto per una condizione professionale-esistenziale che accomuna almeno una generazione: quelli dai 25 ai 35, quelli con laurea+master+stage. Spesso fuorisede, spesso ancora a carico dei famigliari nella dichiarazione dei redditi. O, quando non a carico, con tali retribuzioni (rimborsi spese e co.co.pro) che pure il fisco, giustamente, non prende in considerazione la cosa. Ecco l’‘innonimato’, perché così resta per volontà dell’autore questo giovane, siciliano, migrato al Nord, laureato in lettere con 110 e lode, in cerca di lavoro, è l’uomo-campione; il prototipo da sondaggio; una riproduzione in serie (ahinoi) di tanti piccoli uomini e tante piccole donne che vorrebbero crescere, trovare una propria strada, un degno ruolo. Ma gli è dato solo ‘adeguarsi’ al mercato, alle leggi: il comandamento è: flessibilità, declinare o improvvisare competenze e prestazioni.
Il biologo nel customer care, tratterà i clienti al telefono con lo stesso scrupolo con cui gli hanno insegnato ad analizzare ph e cellule staminali; l’avvocato presidierà tribunali e segreterie, facendo volantinaggio col proprio curriculum; e il letterato, umanista, chi meglio di lui potrà gestire le pubbliche relazioni di un’impresa, curare la comunicazione e diventare il mago del marketing? Se così non fosse ci sono comunque altre possibilità e il protagonista della storia di Accardo, nel corso del suo anno, le sfoglia fino alla nausea. E al rifiuto totale. Sfumata la speranza del dottorato, il mondo padovano insieme a un rigido e nebbioso inverno, gli offre corsi di formazione a pagamento con l’illusione (ma solo quella) di un impiego, oppure posti da cameriere, venditore di aspirapolveri, addetto allo strangolamento dei polli in una polleria. Tutti rigorosamente sottopagati da non poter liquidare l’affitto della stanza. Stremato dalla situazione stagnante, dalla convivenza con un coetaneo leghista dalle buone conoscenze, e da un ambiente comunque estraneo, il ragazzo diventa astioso, polemico, paranoico: ha le visioni, teme che le mani gli si stacchino dal corpo e si trasformino in meduse o in pappagalli. E alla fine, mentre i suoi compagni si adeguano alla realtà, lui deluso, scoraggiato e stanco cerca un’altra strada: “Non era di giorni nuovi che avevo bisogno, ma di giorni in cui finalmente ci sarebbe stata una corrispondenza certa tra i nomi e le cose [...] in cui alle parole sarebbe stato possibile far seguire degli atti, e i desideri avrebbero assunto forma reale, diventando azione, movimento.”. La sola che dopo un anno di corsa gli è sembrata valesse la pena percorrere.
Giovanni Accardo, questo libro ha segnato il suo esordio letterario, ma da quanto tempo aveva 'nel cassetto' la storia?
“Un anno di corsasviluppa un racconto scritto nel 1999, dunque molti anni prima dell'uscita del romanzo e quando nessuno ancora si occupava di raccontare il problema della ricerca di lavoro (e in generale del precariato) da parte di chi ha una laurea in materie umanistiche, magari sudata con molta passione e fatica, e vorrebbe metterla a frutto per trovare un lavoro qualificato, sottraendosi alle truffe e allo sfruttamento. Accanto a questo problema ho voluto raccontare lo spaesamento che vive chi lascia la propria terra, in questo caso la Sicilia, per andare a vivere al Nord, il nord ricco e progredito, Padova, dove il protagonista studia, si laurea e cerca lavoro. Ma lo spaesamento è anche esistenziale e linguistico: nel primo caso perché il protagonista teme di trasformarsi in un oggetto, incomincia ad avere una percezione deformata del proprio corpo, ha le visioni, ha la sensazione di perdere le mani; nel secondo perché si trova di fronte alle parole insensate che ascolta nei tanti colloqui di lavoro o nei corsi di formazione (ma anche alla televisione), parole che gli ricordano terribilmente il latinorum di manzoniana memoria”.
Lei è insegnante di scrittura creativa a Bolzano, dove ha fondato una scuola. Ciò ha facilitato la scrittura del libro o in qualche modo agevolato la pubblicazione del romanzo?
“Certamente, intanto mi ha reso più consapevole delle tecniche narrative, mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con diversi scrittori. Alcuni di loro (Carmine Abate, Antonella Cilento, Antonio Franchini) hanno letto il dattiloscritto e mi hanno dato suggerimenti e pareri”.
Perché ha scelto di non dare un nome al protagonista? “Il protagonista è anonimo perché senza un lavoro sente di non esistere, ma di essere in balia degli altri e degli eventi; ma anche perché quella raccontata non è solo la mia storia, ma è la storia di tanti, e numerosi messaggi che ho ricevuto me lo confermano, una storia italiana, perchè i personaggi del romanzo provengono da diverse regioni d'Italia”.
Già: le vicissitudini di questo giovane laureato, fuori sede, inoccupato, provato dai nervi e dall'ulcera, compongono uno scenario sempre più comune a molti. Una dimensione personale e sociale contemporanea alla quale però la storia sembra non dare sbocco... che fa il protagonista per cambiare lo stato di cose?
“Il protagonista si ribella, non accetta di fare la scimmietta ammaestrata, crede ancora nella cultura, nei libri letti, difende la sua dignità umana, rifiuta lo sfruttamento, la mortificazione. Paga tutto ciò sulla sua pelle, ma alla fine ne trae una conclusione che io trovo incoraggiante: quella di non arrendersi ma lottare per difendere le proprie idee”.
Ma per quale motivo il giovane sembra solo in questa 'avversione' al sistema? E poi saper distinguere un uomo da un ‘pappagallo’ gli basterà per vivere?“Spesso nelle difficoltà siamo soli, spesso chi emigra è solo; ma nella sua solitudine conserva una spaventosa chiaroveggenza (per citare Gozzano)”.
E le sparate a zero sulla politica, la polemica contro il pensiero leghista, le battute acide sull'utopia proletaria, il disincanto assoluto sono espressione di questa lucidità o il rischio di una lettura qualunquista…
“Il mio protagonista non e' qualunquista, ha una sua coerenza logica e ideologica, si dichiara apertamente di sinistra, anche se in modo critico; gli anni in cui si svolge la vicenda sono quelli a ridosso della marcia della Lega per la nascita della cosiddetta Padania: un siciliano a Padova non ha vissuto quell'esperienza con piacere o disinteresse”.
Cosa è rimasto al protagonista del suo 'anno di corsa' e cosa vorrebbe rimanesse ai lettori?
“Vorrei che i lettori si divertissero, perché il romanzo nella sua tragicità e' anche comico e si inquietassero, che sentissero nella disperata lotta del protagonista un tentativo etico di difendere la sua umanità”.
Giovanni Accardo
Un anno di corsa
Sironi Editore, pp. 288
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Il 26 gennaio è uscito Un anno di corsa, il romanzo d’esordio di Giovanni Accardo, pubblicato dall’editore Sironi di Milano, nella collana "Indicativo Presente" diretta dallo scrittore Giulio Mozzi, considerato il talent-scout della narrativa italiana. Del libro si sono occupati i principali quotidiani, settimanali e riviste specializzate, ma anche la radio, sia la RAI che importanti radio libere in tutta Italia.
Il romanzo ha già vinto un premio, il Premio Minerva "Letteratura dell’impegno", ed è stato selezionato per altri due premi: il Premio Mondello opera prima, che sarà assegnato in autunno a Palermo, e per il Premio Rhegium Julii opera prima, che sarà assegnato il 29 agosto a Reggio Calabria.
Qui di seguito elenchiamo una selezione della rassegna stampa e pubblichiamo le motivazioni con cui la giuria ha scelto il libro per il Premio Minerva.
Rassegna stampa
"Un romanzo ragionativo, vittorinanio per tanti aspetti, un romanzo di de-formazione, scritto con una lingua fluida e inarrestabile, con una voce politica e esortativa che passa veloce per le periferie dell’anima."
Antonella Cilento, Il Mattino di Napoli, 24-01-2006
"Una vita agra ai tempi del lavoro interinale, dei co.co.co e dei contratti a finto progetto, un mondo spesso ignorato nelle politiche sindacali e nei programmi dei partiti che la chiamano flessibilità."
Augusto Golin, Alto Adige, 27-01-2206
"La scrittura precisa e tagliente di Accardo vale più di decine di saggi socio-psicologici per documentare i malesseri che affliggono l’accidentata contemporaneità dell’uomo flessibile."
Arturo Zilli, Corriere dell’Alto Adige, 04-02-2006
"Il diario di un giovane neolaureato alla ricerca di un lavoro. Tra arbitrio e insulti razzisti."
Benedetto Vecchi, Il Manifesto, 11-02-2006
"Un anno di corsa diventa non solo un racconto amaro (e divertente), ma anche il documento, la testimonianza, di come e quanto stia cambiando l’Italia. E noi con lei."
Pietro Spirito, Il Piccolo, 14-02-2006
"La forza della scrittura ci permette di capire meglio la condizione di precarietà e di incertezza delle nuove generazioni, ma ancora di più ci permette di sentire il loro senso di sconfitta."
L’Arcilettore
"La storia di un ragazzo si fa manifesto vibrante dei problemi più scottanti di una generazione"
Giulia Iannucci, Corriere dell’Università e del Lavoro, 22-02-2006
"Giovanni Accardo con Un anno di corsa ha dato forma al romanzo dell’alienazione e dell’ossessione del lavoro. Della nevrosi dei giovani d’oggi, costretti a fare i conti con la precarietà dell’impiego, con salari da fame, con impieghi improbabili, col linguaggio mistificatorio dei selezionatori e dei formatori aziendali."
Salvatore Ferlita, La Repubblica–Palermo, 01-03-2006
"Questo romanzo è la cronaca di un peregrinare eterno nel dantesco labirinto del precariato, un massacrante percorso di immolazione nel quale innumerevoli studenti e disoccupati sapranno facilmente identificarsi."
Matteo B. Bianchi, Linus, marzo 2006
"Egli affronta la sua quotidiana catastrofe (in cui più d’uno potrebbe almeno parzialmente riconoscersi) con un piglio autoironico e il puntiglio di chi non vuol darla vinta."
Sergio Frigo, Il Gazzettino, 26-03-2006
"Lo stato forzoso di sospensione in cui vive un'intera gioventù con Un anno di corsa diviene letteratura. Accardo, infatti, non fa sociologia. Racconta pagina dopo pagina, senza fermarsi mai, come il protagonista che non smette di provare a trovare la propria casella di contributo attivo al farsi della società.
Enzo Verrengia, Conquiste del lavoro, 01.04.2006
"Storie vere, storie difficili, storie obbligatoriamente picaresche sull’arte di arrangiarsi in una società che ti fa credere onnipotente finché non esci da un’inutile scuola e che poi ti lascia nella merda."
Goffredo Fofi, Internazionale, 21.04.2006
"Il romanzo è scritto con un linguaggio scorrevole che rende bene il mondo interiore del protagonista."
Annamaria Manna, Stilos, 25.04.2006
"È l’avventura del sopravvivere che fa scrivere a Giovanni Accardo (altro esordiente) il frenetico romanzo Un anno di corsa."
Piersandro Pallavicini, La Stampa-Speciale Fiera del libro, 29.04.2006
"Un mondo nettamente diviso in due: da una parte chi ha il potere, dall’altra chi arranca e si perde."
Sergio Rotino, Fernandel, aprile-giugno 2006
"Un romanzo amaro, con una scrittura precisa e tagliente, sulle mille difficoltà che deve superare un ragazzo laureato per trovare un lavoro qualificato e dignitoso."
Valentina Sostegni, Cuneo Sette, 16-05-2006
"Il precariato lavorativo coinvolge un numero sempre crescente di giovani e meno giovani. Se ne parla nei salotti televisivi, nei programmi radiofonici e nei giornali. Il tema traina. Non c’è da stupirsi quindi se oggi spuntano come funghi libri sul tema. Tra i tanti spicca Un anno di corsa..."
(http://canali.libero.it/affaritaliani/coffeebreak), 22-05-2006
"Rientrare a casa, alle origini. Accade anche nel buon romanzo di Giovanni Accardo..."
Giovanni Pacchiano, Il Sole-24 Ore, 28-05-2006
"Cominciano ad arrivare i riconoscimenti per Un anno di corsa, il romanzo dello scrittore bolzanino Giovanni Accardo che sta riscuotendo un meritato successo in tutta Italia."
Arturo Zilli, Corriere dell’Alto Adige, 15-06-2006
Segnalazioni su Venerdì di Repubblica del 17.03.2006 e Cosmopolitan di maggio.
Alla radio
Intervista a Zeppelin (RAI Radio2/Trentino Alto Adige, 02-02-2006); libro del giorno a Fahrenheit (RAI Radio3, 09-02-2006); presentazione a Dispenser (RAI Radio2, 17-04-2006) e poi interviste a Radio Lombardia, NBC Rete-Regione, Radio24, Play Radio, Circuito Marconi, Radio Time (Palermo), Radio Città del Capo (Bologna), Radio Capodistria, GVRadio in Blu (Venezia).
Premio Minerva "Letteratura dell’impegno"
Giugliano in Campania (NA) 28.06.2006
La giuria tecnica presieduta da Generoso Picone (giornalista e critico letterario) e composta da Francesco Costa (scrittore e sceneggiatore), Diego De Silva (scrittore e sceneggiatore), Antonio Pascale (scrittore), Francesco Piccolo (scrittore e sceneggiatore), Domenico Starnone (scrittore e sceneggiatore), ha premiato come finalista il romanzo di Giovanni Accardo, Un anno di corsa (Sironi) con la seguente motivazione:
"Tra i numerosi testi narrativi che in questa stagione letteraria hanno voluto – e vogliono ancora – indagare il tema della precarietà del lavoro, della sua affannata ricerca, dell’evanescenza della sua conquista, il romanzo di Giovanni Accardo – un esordio, e ciò valga a sovrappiù – assume una rilevanza importante che lo rende una sorta di capofila, di libro-manifesto che finisce per avvolgere tutti gli altri. Non soltanto per la capacità di disegnare il percorso lungo di un’esperienza in uno scenario geografico e sociale – dalla Sicilia al Nord-Est, passando per Torino e Milano – che racchiude il senso paradossale e contraddittorio dell’Italia di oggi, ma anche per il tono e la qualità della scrittura di Accardo, tragicomica e visionaria, che ben rende una vicenda tanto ordinaria da sembrare irreale. Attraverso le peripezie di un trentenne siciliano immigrato al Nord alla ricerca di un lavoro che gli consenta di mettere un punto fermo nella vita, Un anno di corsa costruisce una apologia del fallimento agli inizi degli anni Duemila. Il protagonista del romanzo di Accardo ha velleità artistiche e sonda l’industria culturale per chiedere accesso ma scopre che le case editrici vogliono soltanto esecutori di ordini senza coscienza e spirito critico. Fa il distributore di volantini pubblicitari, il cameriere in un ristorante per matrimoni, il procuratore di clienti per un mobilificio, il venditore porta a porta di aspirapolveri ad acqua, il giustiziere di polli in una polleria: si misura con ogni possibilità che gli viene offerta, conosce il cinismo che regola i rapporti e subisce l’implacabilità delle leggi del mercato. Finisce per farsene una malattia, per subire sul suo corpo e nella sua mente gli effetti degli insuccessi, per sprofondare in una forma di paranoia acuta che lo trasforma in una persona da mettere ai margini. Sceglierà di andare via, verso un altrove che però non conosce, che forse non c’è, che non appartiene alla realtà di oggi. "Non era di giorni nuovi che avevo bisogno, ma di giorni in cui finalmente ci sarebbe stata una corrispondenza certa tra i nomi e le cose", è la sua riflessione. E si comprende così che l’inadeguatezza, in fondo, non sia quella di sé di fronte al mondo ma del mondo stesso di fronte a domande giuste e legittime, rispetto a principii etici che sembrano appartenere all’archeologia della storia."
Il romanzo è stato selezionato insieme al libro di Bruno Arpaia, Il passato davanti a noi (Guanda) e al reportage di Angelo Ferracuti, Le risorse umane (Feltrinelli).
Premio Minerva [con la scrittrice Antonella Cilento] |
Premio Minerva [da sinistra Angelo Ferracuti, Bruno Arpaia, Giovanni Accardo] |
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Giorno 22 agosto 2007 alle ore 21,30, alla Villa Musso (La Casina), è stato presentato il libro "Un anno di corsa", scritto da Giovanni Accardo che, come noto, è cresciuto nel nostro paese, dove ha abitato fino al 1980. L'autore è stato presentato dal sindaco Salvatore Di Salvo e dall'assessore alla cultura, Domenico Balsamo. La professoressa Paola Montalbano ha presentato il romanzo e posto diverse domande all'autore. Teresa Catalanotto ha letto alcuni brani del libro. La manifestazione ha riscosso un notevole successo di pubblico che, numeroso ha partecipato nella suggestiva cornice del cortile della Villa Musso. Nell'arco del dibattito c'è stata una vivace discussione tra i cittadini presenti e lo scrittore. La presentazione del libro è stata una buona occasione per dare spunti di riflessione sui problemi dell'occupazione, dell'emigrazione, del razzismo, ecc. E' stata, inoltre, una buona occasione per i cittadini tutti di incontrare Giovanni Accardo e passare una serata assieme a lui. Alla fine dell'incontro il sindaco ha premiato l'autore con una targa ricordo raffigurante l'immagine della Madonna del Mirto
In paese la gente è soddisfatta della presentazione ed è oltremodo contenta per il successo che, finora, ha riscosso il libro dalla data di pubblicazione ad oggi considerando che tantissimi sono stati i riconoscimenti che ha ricevuto. |
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| Chiunque abbia temuto per il proprio presente o per il proprio futuro, chiunque si sia svegliato nel cuore della notte per la paura di perdere il proprio miserabile lavoro, chiunque abbia sofferto di allucinazioni nella sala d'attesa di un'agenzia di lavoro interinale (vale a dire: proprio chiunque) potrà riconoscersi nel disperato, esagitato, ridicolo, perdente – e, tuttavia, misteriosamente irriducibile protagonista di questa storia.
Quest'uomo è un siciliano, vive al Nord, condivide un appartamento di 32 metri quadri con un coetaneo leghista; è laureato in lettere con 110 e lode, possiede una Cinquecento arrugginita con il clacson che suona ogni qualvolta si sterza a sinistra, e soffre di una quantità di mali perlopiù immaginari. Tanto il coinquilino appare seraficamente ammanicato e capace di galleggiare senza difficoltà, tanto il nostro uomo vive spaesato e insieme consumato dall'immane compito: trovare lavoro. Corre di qua e di là, e che lavori trova? Distributore di volantini pubblicitari, cameriere in un ristorante da matrimoni, procacciatore di clienti per un mobilificio, venditore porta a porta di aspirapolveri ad acqua, addetto allo strangolamento dei polli in una polleria... Il fallimento rende il nostro uomo astioso, polemico, intrattabile, francamente paranoico: ha le visioni, teme che il soffitto della cucina in cui è ridotto a dormire si abbassi a soffocarlo, tiene sempre le mani in tasca per paura che gli si stacchino dal corpo e si trasformino in meduse o in pappagalli. Un anno di corsa è il tragicomico rendiconto di come il precariato, l'incertezza del futuro, l'impossibilità di lavorare con soddisfazione, trasformino il corpo e la psiche delle persone. |
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Giovanni Accardo è nato a Partanna (TP) nel 1962, ma è cresciuto a Villafranca Sicula, dove ha abitato fino al 1980. Si è laureato in Lettere all’Università di Padova e ora vive a Bolzano, dove insegna materie letterarie al Liceo pedagogico-artistico. A Bolzano ha fatto parte della redazione del mensile bilingue “BZ1999” e dal 2000 al 2004 è stato presidente dell’omonima associazione culturale, con cui ha organizzato numerose manifestazioni culturali. È stato tra gli animatori della Fondazione intestata ad Alexander Langer, uno dei più importanti pacifisti ed ecologisti europei, vicepresidente del Parlamento europeo, morto suicida nel 1995. Ha partecipato all’organizzazione di alcune edizioni del Festival internazionale “Euromediterranea”, nato per promuovere la pacifica convivenza tra i popoli e la difesa dell’ambiente. A partire dal 2001, presso l’Università Popolare delle Alpi Dolomitiche di Bolzano (www.upad.it), ha organizzato corsi e laboratori di scrittura, dando vita, nell’ottobre del 2005, insieme alla scrittrice Antonella Cilento, alla Scuola di scrittura creativa Le Scimmie (http://www.upad.it/scritturacreativa), di cui è il tutor ed uno dei docenti. Suoi racconti e saggi critici sono stati pubblicati su riviste e antologie (Studi Novecenteschi, Fata Morgana, Tempo Presente, Forum Italicum). Il 26 gennaio è uscito il suo romanzo d’esordio, Un anno di corsa, per l’editore Sironi, nella collana diretta dallo scrittore Giulio Mozzi. |
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Archivio Recensioni di "Un anno di corsa" |
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| Articoli
Cronaca di una discesa agli inferi della precarietà, Il Manifesto, 11.02.2006 Vivere da precario in lotta con il tempo, Corriere Alto Adige, 04.02.2006 Il libro dell'incertezza, Alto Adige, 27.01.2006 Accardo, vite di corsa e a contratto, Il Mattino, 24.01.2006 |








"La madre dell'emigrante"
"Ricordo d'infanzia", ovvero, "La sfornata"
"Casa di campagna" 














