

Un anno di corsa
Un giovane siciliano che vive al Nord,
condivide un appartamento di 32 metri quadri con un coetaneo leghista, è
laureato in lettere e vive spaesato e consumato dal pensiero di trovare un
lavoro. E' "Un anno di corsa" di Giovanni Accardo.
di Tullia
Fabiani
Uno come tanti: la caratteristica peggiore del protagonista
di ‘Un anno di corsa’, opera prima dell’autore Giovanni Accardo è proprio
questa. Non tanto per banalità caratteriali o conformismi di sorta del
personaggio, che anzi non gli appartengono, quanto per una condizione
professionale-esistenziale che accomuna almeno una generazione: quelli dai
25 ai 35, quelli con laurea+master+stage. Spesso fuorisede, spesso ancora
a carico dei famigliari nella dichiarazione dei redditi. O, quando non a
carico, con tali retribuzioni (rimborsi spese e co.co.pro) che pure il
fisco, giustamente, non prende in considerazione la cosa. Ecco
l’‘innonimato’, perché così resta per volontà dell’autore questo giovane,
siciliano, migrato al Nord, laureato in lettere con 110 e lode, in cerca
di lavoro, è l’uomo-campione; il prototipo da sondaggio; una riproduzione
in serie (ahinoi) di tanti piccoli uomini e tante piccole donne che
vorrebbero crescere, trovare una propria strada, un degno ruolo. Ma gli è
dato solo ‘adeguarsi’ al mercato, alle leggi: il comandamento è:
flessibilità, declinare o improvvisare competenze e prestazioni. Il
biologo nel customer care, tratterà i clienti al telefono con lo stesso
scrupolo con cui gli hanno insegnato ad analizzare ph e cellule staminali;
l’avvocato presidierà tribunali e segreterie, facendo volantinaggio col
proprio curriculum; e il letterato, umanista, chi meglio di lui potrà
gestire le pubbliche relazioni di un’impresa, curare la comunicazione e
diventare il mago del marketing? Se così non fosse ci sono comunque altre
possibilità e il protagonista della storia di Accardo, nel corso del suo
anno, le sfoglia fino alla nausea. E al rifiuto totale. Sfumata la
speranza del dottorato, il mondo padovano insieme a un rigido e nebbioso
inverno, gli offre corsi di formazione a pagamento con l’illusione (ma
solo quella) di un impiego, oppure posti da cameriere, venditore di
aspirapolveri, addetto allo strangolamento dei polli in una polleria.
Tutti rigorosamente sottopagati da non poter liquidare l’affitto della
stanza. Stremato dalla situazione stagnante, dalla convivenza con un
coetaneo leghista dalle buone conoscenze, e da un ambiente comunque
estraneo, il ragazzo diventa astioso, polemico, paranoico: ha le visioni,
teme che le mani gli si stacchino dal corpo e si trasformino in meduse o
in pappagalli. E alla fine, mentre i suoi compagni si adeguano alla
realtà, lui deluso, scoraggiato e stanco cerca un’altra strada: “Non era
di giorni nuovi che avevo bisogno, ma di giorni in cui finalmente ci
sarebbe stata una corrispondenza certa tra i nomi e le cose [...] in cui
alle parole sarebbe stato possibile far seguire degli atti, e i desideri
avrebbero assunto forma reale, diventando azione, movimento.”. La sola che
dopo un anno di corsa gli è sembrata valesse la pena
percorrere.
Giovanni Accardo, questo libro ha segnato il suo
esordio letterario, ma da quanto tempo aveva 'nel cassetto' la storia?
“Un anno di corsa sviluppa un racconto scritto nel 1999, dunque
molti anni prima dell'uscita del romanzo e quando nessuno ancora si
occupava di raccontare il problema della ricerca di lavoro (e in generale
del precariato) da parte di chi ha una laurea in materie umanistiche,
magari sudata con molta passione e fatica, e vorrebbe metterla a frutto
per trovare un lavoro qualificato, sottraendosi alle truffe e allo
sfruttamento. Accanto a questo problema ho voluto raccontare lo
spaesamento che vive chi lascia la propria terra, in questo caso la
Sicilia, per andare a vivere al Nord, il nord ricco e progredito, Padova,
dove il protagonista studia, si laurea e cerca lavoro. Ma lo spaesamento è
anche esistenziale e linguistico: nel primo caso perché il protagonista
teme di trasformarsi in un oggetto, incomincia ad avere una percezione
deformata del proprio corpo, ha le visioni, ha la sensazione di perdere le
mani; nel secondo perché si trova di fronte alle parole insensate che
ascolta nei tanti colloqui di lavoro o nei corsi di formazione (ma anche
alla televisione), parole che gli ricordano terribilmente il latinorum di
manzoniana memoria”.
Lei è insegnante di scrittura creativa a
Bolzano, dove ha fondato una scuola. Ciò ha facilitato la scrittura del
libro o in qualche modo agevolato la pubblicazione del
romanzo? “Certamente, intanto mi ha reso più consapevole delle
tecniche narrative, mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con diversi
scrittori. Alcuni di loro (Carmine Abate, Antonella Cilento, Antonio
Franchini) hanno letto il dattiloscritto e mi hanno dato suggerimenti e
pareri”.
Perché ha scelto di non dare un nome al protagonista?
“Il protagonista è anonimo perché senza un lavoro sente di non
esistere, ma di essere in balia degli altri e degli eventi; ma anche
perché quella raccontata non è solo la mia storia, ma è la storia di
tanti, e numerosi messaggi che ho ricevuto me lo confermano, una storia
italiana, perchè i personaggi del romanzo provengono da diverse regioni
d'Italia”.
Già: le vicissitudini di questo giovane laureato,
fuori sede, inoccupato, provato dai nervi e dall'ulcera, compongono uno
scenario sempre più comune a molti. Una dimensione personale e sociale
contemporanea alla quale però la storia sembra non dare sbocco... che fa
il protagonista per cambiare lo stato di cose? “Il protagonista si
ribella, non accetta di fare la scimmietta ammaestrata, crede ancora nella
cultura, nei libri letti, difende la sua dignità umana, rifiuta lo
sfruttamento, la mortificazione. Paga tutto ciò sulla sua pelle, ma alla
fine ne trae una conclusione che io trovo incoraggiante: quella di non
arrendersi ma lottare per difendere le proprie idee”.
Ma per
quale motivo il giovane sembra solo in questa 'avversione' al sistema? E
poi saper distinguere un uomo da un ‘pappagallo’ gli basterà per
vivere?“Spesso nelle difficoltà siamo soli, spesso chi emigra è solo;
ma nella sua solitudine conserva una spaventosa chiaroveggenza (per citare
Gozzano)”.
E le sparate a zero sulla politica, la polemica
contro il pensiero leghista, le battute acide sull'utopia proletaria, il
disincanto assoluto sono espressione di questa lucidità o il rischio di
una lettura qualunquista… “Il mio protagonista non e' qualunquista,
ha una sua coerenza logica e ideologica, si dichiara apertamente di
sinistra, anche se in modo critico; gli anni in cui si svolge la vicenda
sono quelli a ridosso della marcia della Lega per la nascita della
cosiddetta Padania: un siciliano a Padova non ha vissuto quell'esperienza
con piacere o disinteresse”.
Cosa è rimasto al protagonista del
suo 'anno di corsa' e cosa vorrebbe rimanesse ai lettori? “Vorrei
che i lettori si divertissero, perché il romanzo nella sua tragicità e'
anche comico e si inquietassero, che sentissero nella disperata lotta del
protagonista un tentativo etico di difendere la sua
umanità”.
Giovanni Accardo Un anno di corsa Sironi
Editore, pp. 288 |