LE MIE VARIE APPARTENENZE DI "GIOVANNI ACCARDO"

Quando l’editore mi chiese di scrivere una breve nota biografica per il mio romanzo, io non indicai un paese di nascita, limitandomi a scrivere nato in Sicilia. Perché? Perché sono nato a Partanna, il paese di mio padre, ma nel gennaio del 1968 ci siamo trasferiti a Villafranca, il paese di mia madre, dove abbiamo vissuto fino al 1980. Dopo ci siamo trasferiti a Sciacca, dove già frequentavo il liceo e dove abito tutte le volte che ritorno in Sicilia. Partanna, Villafranca e Sciacca: tre luoghi a cui sono, in modi e forme diverse, molto legato e a cui mi sento di appartenere, con l’affetto e la memoria. Non era dunque possibile scegliere un paese senza far torto agli altri. A complicare le cose, alla fine del 1981 sono andato a studiare a Padova, dove ho abitato fino al 1995, ma dopo un ritorno di qualche mese in Sicilia, ho avuto una supplenza in provincia di Bolzano e da allora vivo a Bolzano, la città di mia moglie e dov’è nata mia figlia.

Prof. Giovanni Accardo

Prof. Giovanni Accardo

Quando è uscito Un anno di corsa, il principale quotidiano dell’Alto Adige mi ha dedicato questo titolo: "L’esordio del siculo-bolzanino". Evidentemente per il giornalista non sono soltanto un siciliano, ma la mia identità si è arricchita di un’altra appartenenza, quella alla città di Bolzano; e il fatto che ciò sia stato evidenziato sul giornale dimostra che è la città stessa a ritenermi (anche) un bolzanino e si vanta di avere un concittadino scrittore. Del resto, la prima presentazione del romanzo è avvenuta proprio a Bolzano, e la città ha affollato l’aula magna dell’Università Popolare per festeggiarmi. Ma il romanzo, per larga parte è ambientato a Padova, un’altra delle città cui mi sento profondamente legato, dove ho vissuto anni fondamentali per la mia formazione umana e culturale. E a Padova addirittura sono stato invitato tre volte a parlare del mio romanzo, l’ultima all’Università, dove ho incontrato 150 studenti del corso di laurea in Scienze della comunicazione che avevano Un anno di corsa tra le letture obbligatorie per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea.

Lo scorso dicembre è stato il sindaco di Partanna, mio paese natale, a volermi festeggiare, invitandomi a presentare il romanzo nell’aula magna del Liceo scientifico, e anche in questo caso una folla di persone è venuta ad incontrarmi.

Dopo 24 presentazioni, in tutta Italia e una a Monaco di Baviera, mancava all’appello Villafranca Sicula, il paese in cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, cioè gli anni più importanti nella vita di una persona. L’incontro, organizzato dall’amministrazione comunale, è avvenuto lo scorso 22 agosto, nel cortile della Casina; a quella serata ancora adesso ripenso con la pelle d’oca. Infatti è stata un’emozione impagabile incontrare tanti amici che non vedevo da molti anni, rivedere alcune mie ex compagne della scuola elementare e conoscere i loro figli, divertentissimo stupire chi mi diceva, forse non ti ricordi di me, riconoscendolo immediatamente e magari ricordandogli episodi di molti anni prima. Ringrazio chi mi ha invitato (Mimmo Balsamo, in particolare, nella veste di Assessore alla Cultura, ma per me l’amico con cui ho trascorso gli anni dell’adolescenza, e Totò Di Salvo, oggi sindaco, ma nei miei ricordi un ragazzo come me per le vie del paese e sull’autobus per Sciacca), tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione della serata e quelli che hanno partecipato all’incontro, a tutti loro va il mio affetto e la mia più sincera gratitudine.

Tuttavia, durante la serata gran parte della discussione è stata assorbita da una domanda inaspettata e a tratti pretestuosa: se, potendo scegliere, ritornerei a vivere in Sicilia e a Villafranca in particolare. Alla mia risposta, sto bene a Bolzano, una città dove ho potuto realizzarmi professionalmente e umanamente grazie alle mie capacità e senza chiedere aiuti o favori a nessuno, dove oggi sono uno dei protagonisti della vita culturale della città, qualcuno si è irritato, come se io avessi voluto, implicitamente, disprezzare la terra in cui sono cresciuto.

Naturalmente non è così, e per scoprirlo v’invito a leggere il romanzo, dove le vicende narrate sono all’80% frutto della fantasia e perciò chi vive le esperienze raccontate non sono io, ma un personaggio in cui tanti si sono riconosciuti e tanti altri si possono riconoscere; così come non esiste nella realtà il compagno d’appartamento del protagonista e le ragazze che incontra lungo la storia. Leggendo vedrete che le parole più feroci il protagonista le dice contro i veneti e i padovani, che lo fanno sentire solo e rifiutato, mentre le pagine ambientate in Sicilia sono intimamente venate di malinconia e affetto. L’azione non si svolge soltanto a Padova e in Sicilia, ma anche a Milano e a Torino, e nello spaesamento e nella solitudine in cui il protagonista vive, il viaggio a Torino diventa proprio l’occasione per fare i conti con la propria storia e con la propria terra d’appartenenza, per condividere un destino, per cercare una spiegazione più che una soluzione. Scrivendo il romanzo ho voluto denunciare quanta sofferenza (fisica, psichica e sociale) può esserci nella vita di un precario: nel non avere uno stipendio certo, un’appartenenza sociale, una possibilità di progettare il proprio futuro, ma anche quanto è difficile lasciare la terra in cui si è nati. La mancanza del lavoro allora si trasforma in dimensione esistenziale, diventando quasi metafora del male di vivere, e la ricerca del lavoro diventa ricerca di senso dell’esistenza. Dovunque vada a cercare lavoro, il protagonista del mio romanzo vede soprattutto ciò che non funziona, le ingiustizie, le prepotenze, i tentativi di sfruttamento, le assurdità, e tutto ciò viene messo sotto una lente d’ingrandimento che dilata e talvolta deforma la realtà.

Purtroppo la sera del 22 agosto di tutto ciò s’è parlato poco, o comunque meno di quanto avrei desiderato, e allora invito coloro che hanno letto o leggeranno il romanzo (soprattutto le giovani generazioni) a scrivermi all’indirizzo giovanniaccardo@hotmail.com e dirmi, liberamente e criticamente, cosa pensano dei temi che il romanzo affronta.